Dove inizia il mare e dove finisce il tempo.

 

Chi sarà mai questo pittore che riempie le tele di fantasmi, turbini e tempeste. In quale secolo lavora. Perché è così agitato. Questo e altro ci si può domandare, di fronte alle tele di Franco Cilia. E ancora cosa spinge un uomo a raffigurare le tempeste del mare, le nuvole cariche di luce, oppure di fulmini che vengono dal cielo. Quelle tempeste di mare sono tempeste di uomo, quelle nuvole vengono fuori dalla sua testa. Dove inizia il mare e dove finisce il tempo. A volte i dubbi volano come il vento, da una sponda all’altra, da una città all’altra, senza tregua e, insieme ai dubbi, le ribellioni. Franco Cilia è un ribelle, un uomo che ha sempre la rabbia in tasca e che la sua rabbia cerca di ordinare con matita e pennello. Ci sono uomini quieti e uomini inquieti, uomini che amano stare da soli e anche quelli che da soli non sanno stare un momento. Poi anche quelli che lottano per un mondo nuovo e quelli a cui piace tanto il mondo com’è e, ancora di più, com’era. Uomini sempre agitati da mille Scilla e Cariddi, uomini morsi dalla tarantola e dal fuoco del pensiero. Il pensiero è un fuoco, il pensiero è grande come il mare e come il mare subisce trasformazioni a non finire. Non ci si stanca mai di guardare il mare. Non ci si stanca mai a pensare. Mare e pensiero non stanno fermi un attimo. La terra, invece, è più tranquilla, cambia lentamente, nel corso del tempo; solo vulcani e terremoti possono dare una sberla al pianeta, il vento invece lo trasforma piano. Mare e pensiero rimangono elementi in perenne stato di agitazione, in continua modificazione del sé e dell’apparenza di sé e a questi Cilia si rivolge: il mare che noi riconosciamo nelle sue tele e il pensiero che nel mare si rispecchia. Cilia dipinge il mare, sì, ma quel mare altro non è che il suo pensiero in perenne stato di agitazione. Il pensiero, come il mare, ha una superficie, una profondità leggera, una profondità netta e anche gli abissi. Lì è difficile arrivare, è difficile vedere; qualche volta non c’è nulla, altre volte si vedono creature mostruose, mai viste altrove. Il pensiero, come il mare, può essere sconvolto da mille elementi: dal basso, dall’alto, dal profondo, da correnti, da trombe d’aria e di acqua, da maremoti e poi sempre, incessantemente, dal movimento delle onde. Indimenticabile, per il pensiero come per il mare, è lo sconvolgimento repentino,  l’agitazione improvvisa dello stato di quiete apparente. A questi momenti, la pittura di Cilia rivolge il pennello. Al pittore non interessa la quiete, interessa lo stato esplosivo e dall’esplosione nasce la novità, nasce la vita. Elogio dell’inquietudine, sembra quasi la pittura di Franco Cilia. La sua pittura, in fotografia, ha l’aria di essere grumosa e sporca, come se il pennello grondasse di colore e spruzzasse ovunque la materia. A guardare bene, invece, le opere dal vero, si vede che la qualità pittorica è raffinata. La superficie è levigata, tirata a lucido come la seta, lavorata con infinita pazienza. E’ come se l’urlo formale si stemperasse, dall’idea all’essere, mantenendo il tono alto ma con veste gelida. Nella sua tavolozza c’è lo spettro completo dei rossi e dei blu, rosso e blu a volte convivono quasi a dire che il mare qualche volta si infiamma. Si infiamma al tramonto, si infiamma quando qualcosa, all’orizzonte, brucia. Brucia e scompare, subito dopo, quando il pittore ha posato il pennello e il quadro soltanto ne conserva il ricordo. Il quadro è un ricordo. Ed ecco Fuoco oppure improvvisa e carnale folgorazione, tromba marina oppure d’aria, che sale dal mare o che viene dal cielo: in ogni suo quadro accade sempre qualcosa di forte. E’ forte nel colore: giallo, rosso, viola, blu cobalto. E’ forte anche nel posizionamento: mai di lato, in un canto ma sempre al centro. La prospettiva di Cilia è sempre centrale, classica, come quando in una fotografia di compleanno la torta è messa al centro della composizione, insieme al festeggiato e tutto il resto, gli ospiti o i bicchieri, stanno attorno. Nel centro dei quadri di Cilia è sempre il dramma.

Ne la ‘Luna sul mare’ del ’95, la luna che cade nell’acqua, è al centro. Ne ‘Il respiro della notte’ del ’96, l’esplosione di vento e di luce, è al centro; L’isola dell’opera ‘Isola’ è sempre, candidamente, al centro. Cilia non ha bizzarrie compositive; per lui ciò che è importante sta di diritto e naturalmente, in posizione centrale. Come un re sul trono. In questo senso la sua pittura è classica, classica anche nei riferimenti. Rossana Bossaglia, nel 2000, scrive: “Cilia si è presto, e dichiaratamente, riconosciuto nelle iconografie e nel tratto immaginativo di Turner; cioè di un pittore tipicamente romantico”. Turner non riusciva a staccarsi dalle sue tempeste. Qualche volta dipingeva vedute urbane ma, come scriveva M.Amédée Pichot, nel 1825, “Nella stessa Roma si sente prigioniero, non respira liberamente, gli mancano l’aria e una prospettiva lontana; ma ovunque sa lasciarsi una via d’uscita, per dove lo chiama l’immaginazione, ben al di là del recinto di case che ci fa superare”. A Turner mancava l’aria in città, non riusciva a respirare; per lui Madre Natura, da pittore romantico per eccellenza, era ricchezza e libertà, tutto il resto una gabbia. Anche questa idea è sposata dal pittore siciliano: lui cerca sempre aria e acqua, non dipinge architetture e sembra anche che si allontani a precipizio dalla geometria, andando invece dove l’immaginazione lo conduce. E l’immaginazione conduce lontano, molto lontano. La pittura è liquida, il mare è liquido; il pittore sceglie quasi istintivamente di esasperare la liquidità della materia prima, raccontando l’elemento che fluttua più di ogni altro: il mare. Qualche volta è terrifico, qualche volta è “raggiante di fiocchi lucenti”, come scrive Ovidio. E’ sempre elargitore di sorprese, buone e brutte che siano. In certe tele si sente il presagio e, al presagio Cilia tiene, anche intellettualmente. Lui è sempre pronto a captare quello che potrebbe accadere e a leggere la realtà come proiezione di un passato misterioso e anche come terreno per qualcosa che, sempre di misterioso, potrebbe accadere. Cilia scherza e non scherza con il tema del presagio e, quando ne parla, assottiglia gli occhi e fa intravedere anche una luce, come quella che dipinge al centro delle sue tele. La luce sta anche nascosta. C’è chi la vede, chi la immagina e anche chi la dipinge. Tutti cerchiamo la luce, uomini e pittori.

                    

                                  Giovanna Giordano

 

 

Catania, maggio 2001